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LA
VOGLIA DI RICORDARE E RACCONTARE
La
voglia di ricordare, insita forse in tutti gli esseri viventi, è
senz’altro peculiare del genere umano, ed espressa nei modi più
disparati.
Ad
esempio, oggi 10 gennaio 2022, ho voluto ricordare con delle fotografie la
bella camminata, fatta a Varese tra le cappelle del Sacro Monte, con la
nipotina Giulia, la mamma Elena, la nonna Teresa, il cane Omar; tra esse
anche un selfie mentre portavo il delizioso “fagottino” nello zainetto
sulle spalle.
I
ricordi della nostra vita si compongono e arricchiscono dentro la nostra
psiche, che poi li estrae in continuazione per offrirceli al cuore come
sostanza sempre più preziosa, man mano che si va avanti nell’età.
La
voglia di ricordare, però, non viene espressa solo interiormente, ha
delle manifestazioni anche esteriori, finalizzate a rendere partecipi dei
ricordi anche gli altri.
Così,
per ricordare la nascita e la resurrezione di Gesù, qualcuno ha deciso di
far celebrare ogni anno il Natale e la Pasqua; per ricordare come egli è
morto, di far appendere nelle case il crocifisso.
Per
ricordare, invece, nella religione islamica, quando il corano si rivelò a
Maometto, ogni anno, per tutto il nono mese lunare, viene celebrato il
ramadan.
E
ancora, se osserviamo il calendario, notiamo che, eccetto i pochi giorni
riservati al ricordo degli eventi di Gesù e di sua Madre, a quello dei
lavoratori, dei defunti e delle solennità civili, quasi ogni giorno è
dedicato a un santo, venendo spontaneo chiedersi, perché il calendario
debba essere riservato
al loro ricordo e non a quello di scienziati, poeti, astronomi,
premi Nobel, musicisti, astri, piante … di politici no perché la
maggior parte è meglio dimenticarcene quanto prima.
E
a proposito dei santi, mi chiedo ancora: il loro numero è esattamente
corrispondente alla disponibilità dei giorni del calendario, oppure se ne
fa una selezione?
Se
in soprannumero, chi decide e con quali criteri i santi da inserire nel
calendario?
Giacché,
poi, quasi ogni papa viene proclamato santo, occorrerà allungare il
calendario per dedicare a ciascuno di loro il proprio giorno?
Ma
che sbadato, non è necessario, perché c’è il primo novembre, in cui
si celebrano tutti i santi, compresi, pertanto, quelli che non hanno avuto
capienza nel calendario, o che ne sono stati estromessi per cedere il
posto ad altri più “graduati” di loro, nonché quegli altri in attesa
di canonizzazione, ovverosia per i quali la chiesa non ha ancora emesso
una dichiarazione ufficiale di santità.
Ad
esempio, il 22 ottobre era un giorno assegnato a Santa Maria Salomè,
discepola di Cristo e madre degli apostoli Giacomo e Giovanni (questo
anche uno dei quattro evangelisti): ha dovuto cedere il proprio giorno a
Giovanni Paolo II, a seguito della sua proclamazione, il 27 aprile 2014, a
santo da parte del suo omologo Francesco, finendo, pertanto, nel calderone
santuale del primo novembre.
E’
assai probabile che Wojtyla, per come l’abbiamo conosciuto, abbia
chiesto umilmente scusa a Maria per l’accaduto, dicendole che, per
evitare l’offesa, avrebbe rinunciato volentieri alla sua santità.
Ma,
se il calendario è dedicato quasi esclusivamente ai santi, alcuni altri
personaggi meritevoli (dipende però del punto di vista) di gloria
trovano spazio nella toponomastica, ovverosia la denominazione di
strade e piazze.
Attualmente
abito in via Petrarca.
Chiunque
saprebbe che egli è stato tra i letterati antesignani che nel mille e
trecento promossero la lingua italiana.
E,
se ci fosse stato qualcuno a ignorarlo, ci ha pensato Michele Feo a
renderlo edotto, mercé i numerosi festeggiamenti organizzati in tante
parti d’Italia nel 2004, in occasione del settimo centenario della
nascita del vate (su mio impulso quelli fatti a Banzi e Gorla Minore), che
gli hanno fruttato l’onorificenza di Grande Ufficiale, conferitagli dal
presidente della Repubblica.
Al
paese dove sono nato, Banzi, la mia casa si affacciava da un lato sulla
via Garibaldi, dall’altra sulla via Cairoli.
Il
primo, chi non lo conosce per essere egli eroe dei due mondi e perché il
15 maggio 1860, nel corso della battaglia di Calatafimi, a capo dei suoi
“mille”, disse al generale Nino Bixio (che voleva battere in
ritirata): “Qui si fa l’Italia o si muore“.
Vinse
la battaglia e fece l’Italia.
Io
ero orgoglioso di abitare in via Garibaldi e ne ero talmente affascinato
che feci la raccolta di tutte le cento figurine emesse dalla Ferrero nel
1959, per celebrarne l’epopea.
Di
recente, poi, in vacanza a Cesenatico, sono rimasto ammirato dal monumento
(primo in Italia a essergli dedicato nel 1884), soprattutto dalla scritta
che vi era incisa: DI
GARIBALDI PONEMMO
QUI L'EFFIGE E
BASTI CHE
A LUI VERO
INSUPERABILE MONUMENTO STA
ITALIA
Quanto all’altra via, su cui si affacciava casa mia, riporta solo
il cognome, perché non è dedicata a una persona singola, bensì
contemporaneamente ai cinque fratelli Cairoli (Benedetto, Ernesto, Luigi,
Enrico e Giovanni), che parteciparono attivamente alla causa del
risorgimento, combattendo a fianco di Garibaldi nella famosa “spedizione
dei Mille”, nello scontro di villa Glori e nella battaglia di Varese:
dei cinque fratelli, solo Benedetto sopravvisse.
Mi
piace riportare di seguito la lettera che Giuseppe Mazzini scrisse alla
madre dei fratelli Cairoli, dopo che perì anche il quarto, Giovanni, a
seguito delle ferite riportate nello scontro di villa Glori.
Signora,
Ho esitato finora ad aggiungere una parola di compianto e di comforto a
quelle che vi vennero e vi vengono da tutti i buoni d'Italia. Di fronte a
un dolore quale deve essere il vostro, io mi sentiva incapace e quasi
indegno di scrivervi: né, se non credessi fermamente in Dio,
nell'immortalità della vita e nei fati segnati dalla Provvidenza
all'Italia, oserei farlo oggi. Ma voi non avete, confido, potuto credere
un solo momento che io tacessi per colpevole oblio o perché non sentissi
tutta quanta la solenne grandezza del sacrificio che s'incarna in Voi e
nei nostri
La
vostra famiglia sarà, quando avremo libertà vera, virtù, unità e
coscienza di Popolo, una pagina storica della Nazione. Le tombe dei vostri
figli saranno altari. I loro nomi staranno fra i primi nella litania dei
nostri Santi. E Voi che educaste le anime loro, Voi che li avete veduti
sparire a uno a uno patendo ciò che soltanto qualche madre può
intendere, ma non disperando, rimarrete simbolo a tutti del dolore che
redime e santifica, esempio solenne alle donne italiane e insegnamento del
come la famiglia possa essere ciò che deve, e sinora non è, Tempio,
Santuario della Patria comune.
Ma
a Voi non importa né ad essi importava di fama. Voi non adorate, essi non
adoravano che il fine, quel santo ideale d'una Italia redenta, pura di
ogni macchia di servitù e di ogni sozzurra d'egoismo e di corruzione, e
iniziatrice di forti e grandi pensieri da Roma, che ispirò, attraverso
una tradizione di secoli, le nostre migliori anime alla battaglia e al
martirio. E però vi dico: sorridete nel pianto, i vostri hanno, morendo,
vinto; hanno affrettato d'assai il momento in cui quell'ideale diverrà
fatto sulla nostra terra. Stanco dagli anni, dalle infermità e da altro,
io ho sentito, all'annunzio della morte del nostro Giovanni, e delle
ultime parole ch'ei proferiva, riardere dentro la fiamma dé miei anni
giovanili e riconfermarsi in me il proposito della vita. Migliaia di
nostri, non ne dubitate, hanno sentito lo stesso. Una intera famiglia non
vive non muore come la vostra senza che tutta una generazione si ritempri
in essa e muova innanzi d'un passo.
Ma, se Garibaldi e i fratelli Cairoli sono degnamente ricordati per
essere stati gli eroi del risorgimento italiano, grazie al quale ci siamo
liberati dall’oppressione austriaca ed è stata fatta l’Italia, a
Banzi c’è un’altra via dedicata ad un altro personaggio, definito
pure lui un eroe: Pietro Toselli, al quale è stata conferita una medaglia
d’oro al valor militare, perché (si legge nella motivazione), in
Etiopia, Amba Alagi, il 7 dicembre 1895, «Trovandosi con soli 1880 uomini di fronte a 20 o 25.000 nemici, dopo
avere alteramente respinto l'intimazione di lasciare il passo al
comandante scioano, combatté strenuamente per ben sei ore e coll'eroico
sacrificio della propria vita e di quasi tutto il suo distaccamento,
cagionò al nemico perdite enormi che contribuirono efficacemente a
ritardare l'avanzata.”
A
questo maggiore del regio esercito è stata dedicata anche la seguente
canzone: Fosca
Amba Alagi, quante quante stelle sulla
tua vetta quella notte fiera e
in fondo a valle quante mai fiammelle dei
fuochi dell'immensa orda nera. L'ultima
notte era per Toselli che
aspettava il soccorso dei fratelli. O
Amba Alagi, tu
l'hai veduto tutto
il suo sangue quand'è
caduto. Or
da quel sangue che
ferve ancor sorge
la fiamma del
tricolor. Sotto
la tenda stan gli eroi raccolti. Pietro
Toselli scrive al generale: “Vedo
i lor fuochi sono molti molti doman
sarà per noi gloria immortale”. Invano
tu aspettasti i tuoi fratelli, solo
la gloria venne a te Toselli. O
Amba Alagi, tu
l'hai veduto tutto
il suo sangue quand'è
caduto. Or
da quel sangue che
ferve ancor sorge
la fiamma del
tricolor. Maggior
Toselli, cavaliere fiero, cadesti
allor pugnando come un dio. eri
il leon del battaglione nero e
degli imbelli tu scontasti il fio. Son
quarant'anni che attendi i tuoi fratelli: eccoci
al fine, siamo qui, Toselli. O
Amba Alagi, tu
l'hai veduto Pietro
Toselli quand'è
caduto. Ora
lo vedi sorgere
ancor sulla
grand'Ara del
tricolor.
Ma cosa ci faceva il maggiore Pietro Toselli ad Amba Alagi?
Esattamente
quello che in Italia faceva prima un “major”
del dominio austriaco, per sconfiggere il quale c’era stato il
risorgimento.
Con
l’aggravante che, mentre gli austriaci si sono comportati in Italia da
persone gentili e civili, gli italiani in Etiopia (altrimenti denominata
Abissinia) non hanno fatto altrettanto, compiendo stragi orrende, abusi,
come ad esempio la pratica del “madamato” (proibita e punita
successivamente nel 1937 con le leggi razziali di Mussolini per non
contaminare la razza ariana), che consentiva ai militari colonizzatori di
poter avere spose bambine, anche senza ancora menarca, con cui avrebbero
messo al mondo prole che sarebbe andata a riempire gli orfanotrofi.
E’
noto come anche un non ignoto ufficiale di nome Indro Montanelli si fosse
procurata una madama di dodici anni in Etiopia!
L’Italia
non si arrese, però, dopo aver subito la disfatta di Toselli ad Amba
Alagi e del generale Oreste Barattieri ad Adua, che provocarono la caduta
dell’allora governo Crispi.
Nel
1935 ci ritornò ancora in Etiopia per volere di Mussolini, il quale,
peraltro, non si accontentava di colonizzare solo quella lontana terra
d’Africa, intendeva estendere il suo impero anche in Grecia e Albania.
Così,
in quegli anni, tanta parte giovanile della popolazione italiana, invece
di stare a casa a sostentare la propria famiglia, era costretta ad andare
lontano a fare cose turpi in giro: ad esempio, mio padre in Albania, il
futuro mio suocero, Antonio Giacomino, a Rodi, due miei zii materni in
Etiopia. Eccoli di seguito.
Lorenzo
Carcuro in Albania
Antonio Giacomino a Rodi
Vito Teto in Etiopia
Donato Teto in Etiopia
La presenza asburgica in Italia, invece, ha comportato, per una
città come Varese - eletta nel 1765 a residenza estiva da
Francesco
III d'Este, Duca di Modena e Reggio - di avere il palazzo con gli ampi
giardini, denominati appunto estensi, modellati a somiglianza del palazzo
imperiale Schönbrunn di Vienna, quello da dove vengono riprese le scene
di balletti in occasione del concerto di capodanno.
Palazzo
estense di Varese
Palazzo imperiale Schönbrunn di Vienna
Pertanto, nella toponomastica capita di leggere nomi, come quelli
di Cairoli e Toselli, che fanno a pugni l’uno contro l’altro, per i
valori che rappresentano: tutto dipende da chi si trova a governare e
amministrare al momento in cui si decide di denominare una strada, un
vicolo, una piazza.
Se
si trova a governare l’Italia un duce e ad amministrare un piccolo
comune un podestà, succede che si decida di arrivare a denominare persino
un albero, come avvenuto a Banzi nel caso del “Pino Arnaldo”, per
onorare la memoria del fratello di Benito Mussolini, morto il 21 dicembre
1931.
Questo racconto avevo iniziato
a scriverlo parecchio tempo addietro.
Nel
frattempo è avvenuta l’esecrabile aggressione russa all’Ucraina. I
Paesi europei hanno adottato diverse sanzioni contro la Russia.
La
stessa cosa fece la Società della Nazioni nei confronti dell’Italia, in
risposta all'attacco contro l'Etiopia nell’ottobre 1935, che portò alla
conseguente guerra d'Etiopia.
Come
reagì Mussolini alle sanzioni contro l’Italia?
Fece
la sbruffonata di far affiggere in tutti i comuni italiani la seguente
lapide, nonché diffondere la successiva idiota cartolina propagandistica.
La
mamma etiope di cui alla successiva immagine, con cinque bambini, ripresa
davanti al suo tucul, invece, sarà molto probabilmente contenta della sua
civiltà e non si sente debitrice di nulla nei confronti di quella
italiana.
Migliaia di quei tucul furono dati alle fiamme, con relative
famiglie dentro bruciate vive, per rappresaglia all’attentato a Rodolfo
Graziani, viceré d’Etiopia - avvenuto ad Addis Abeba il 19 febbraio
1937 -, eseguita da parte di civili italiani, militari del Regio Esercito
e squadre fasciste.
Sempre al mio paese natale è stato dedicato un "largo"
ad un papa, Urbano II, per il fatto che, sebbene dichiarato semplicemente
beato da papa Leone XIII il 14 luglio 1881, a distanza quindi di quasi
otto secoli dalla sua morte (avvenuta il 29 luglio del 1099), egli pare
avesse fatto visita a Banzi il 24 agosto dell'anno 1089 per consacrare la
chiesa dell'abbazia benedettina.
Mi
sembra strano che l’orgoglio manifestato dai banzesi per tale evento,
rievocato puntualmente ogni anno nel mese di agosto con un corteo storico,
non li spinga ad intraprendere l’iniziativa di far promuovere al rango
di santo il suddetto papa.
Si
può sempre inventare che abbia fatto qualche miracolo proprio in
occasione della visita a Banzi: se occorressero dei testimoni
“credibili”, io sarei pronto a riferire, nel dettaglio, come i
miracoli avvennero esattamente.
Vuoi
mettere, poter aggiungere una quarta processione in onore di Papa Urbano,
dopo quelle di San Vito, San Antonio, Madonna dell’otto settembre?
Anzi,
potrebbe essere addirittura la quinta, se, come aveva suggerito Antonio
Sapio, fosse stata rimessa in piedi la chiesetta campestre dedicata a
Sant’Isidoro.
Ciò
darebbe sicuramente titolo a rivendicare un primato nazionale, forse
addirittura mondiale, perché dubito che sul pianeta Terra ci sia altro
posto dove venerino contemporaneamente cinque santi.
Per
concludere l’argomento della toponomastica, ricordandomi che dove
abitavo prima a Tradate, c’era nella zona qualche via intitolata
addirittura a semplici consiglieri comunali, non posso trattenermi dal
pronosticare la denominazione che sarà data alla prossima via/piazza di
Banzi: non potrà che essere “Nicola Vertone”, a ricordo dei tre
luminosi lustri in cui fece il sindaco del mio paese.
L’Italia
ebbe il ventennio di Mussolini, Banzi il quindicennio di Vertoni.
Sarebbe
un sogno per me assistere allo scoprimento della lapide con su inciso
“Via/Piazza Nicola Vertone”.
Non avulsa dal tema qui svolto, è una manifestazione particolare
di voglia di ricordare, che ho notato a Tagliata di Cervia, una località
marittima.
Camminando
per la strada principale, infatti, si notano affissi diversi manifesti
funebri che rievocano persone defunte, non solo di recente, anche parecchi
anni addietro, deducendone che in quel posto vige la consuetudine di
rievocare ogni anno l’anniversario della scomparsa delle persone.
Viene
da chiedermi al riguardo: cosa può interessare alle migliaia di turisti
balneari che dovessero leggere quei manifesti, se non hanno mai avuto
conoscenza delle persone scomparse, che si vuole continuare a ricordare?
Qualcosa
non dissimile è l’idiozia di attaccare ai pali della segnaletica
stradale fogli di carta annuncianti “Tizio e Caia oggi sposi”.
Che
senso hanno se Tizio e Caia in una città sono ignorati da chiunque
transiti davanti?
Quando
li notavo nel tratto di strada che percorrevo per raggiungere la stazione
di Gallarate, puntualmente li strappavo, altrimenti sarebbero rimasti lì
ingialliti e rattrappiti per l’eternità.
Qualcuno,
poi, per rendere indelebile l’evento delle sue nozze, si spinge
addirittura ad andare a incidere l’annuncio nelle rocce delle montagne.
Così,
quando mi recavo a lavorare al comune di Bognanco, ero costretto a vedere
ogni volta la bruttura di quella scritta, alla quale peraltro si è
aggiunta in seguito anche quella dei nomi dei figli.
Io
sarei andato a identificare chi aveva imbrattato la parete della roccia e
denunciato per deturpamento del paesaggio, costringendolo a incaricare uno
scalpellino per abradere quelle scritte.
Ho
iniziato questo racconto con le foto, tra le tante me ne ricordo una in
particolare, che voglio qui menzionare e riportare.
Trattasi
di un ritratto di famiglia del fratello maggiore di mio padre, Michele
Carcuro, emigrato a inizio novecento in America a Schenectady, ricevuta
che io ero appena nato.
Quante volte ho guardato da piccolo questa foto e quante cose belle
ho immaginato per ognuno di loro.
Di
recente, in un sito web americano, ho fatto casualmente e incredibilmente
la scoperta delle loro lapidi nel cimitero di Schenectady.
Una
è di Cary Allen Carcuro, fratello minore di quel bambino davanti allo zio
Michele: era nato il 21 gennaio 1955, è morto in Vietnam il 28 giugno
1975.
Chi
l’avrebbe mai pensato che, per la remota guerra in Vietnam, che faceva
cantare a Morandi “C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i
Rolling Stones”, fosse dato un contributo di sangue anche dalla famiglia
Carcuro!
Ma
ora basta con i morti, perché mi sto ricordando che oggi 10 aprile 2022
mia sorella primogenita Anna compie ottantotto anni a Domodossola.
Allora,
ritenendomi un po’ appagato della voglia di ricordare espressa in questa
pagina, mi affretto a chiudere il racconto per telefonarle e farle gli
auguri. |
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10 aprile 2022