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UNA
TELEFONATA NON ALLUNGA PIU’ LA VITA
Era
il 1986 quando Yvonne Sciò, per promuovere l’uso del telefono, recitava
in uno spot pubblicitario della SIP la scena di una telefonata in cui
chiedeva a chi stava all’altro capo: «Mi ami? Ma quanto mi ami? E mi pensi? Ma quanto mi pensi?».
Sua mamma la interrompe, esclamando:
“Ma quanto mi costi, sei in
teleselezione!”.
E la figlia risponde: “Mamma la
teleselezione non costa tanto”.
Una voce di fondo precisa, infatti,
che “una telefonata da Milano a Palermo, della durata di tre minuti,
costa al massimo duemila lire, come un cono gelato”.
Duemila lire, però, non erano poche a
quei tempi e, se le telefonate fossero state frequenti, il frigo
contenente i coni gelati si sarebbe svuotato in fretta.
Quindi, ne derivava la necessità di
fare un uso parsimonioso del telefono, altrimenti buona parte dello
stipendio se lo sarebbe mangiato la SIP.
Io, infatti, appena allacciato il
telefono (un duplex la cui quota fissa costava meno), adottai subito il
rimedio di dotarlo di conta scatti, in modo che, potendo controllare
quanto costasse ciascuna telefonata, avremmo evitato di intrattenerci
oltre lo strettamente necessario.
Le telefonate erano pressoché di
servizio, penso che durassero, la maggior parte, meno dei tre minuti
ipotizzati nello spot di cui sopra.
Anche quando telefonavo ai miei
genitori lontani, se per caso mi dilungavo un po’ nelle telefonata in
corso con mia madre, interveniva prontamente mio padre a sollecitare la
conclusione della telefonata perché, egli diceva, il telefono cammina.
Più facile era controllare il costo
della telefonata quando facevi uso degli apparecchi posti nelle cabine
installate nei luoghi pubblici.
Lì dovevi far uso di appositi gettoni
e te ne accorgevi bene con quanta voracità venissero inghiottiti dalla
macchinetta, dal momento che non poche telefonate terminavano interrotte
bruscamente per il loro esaurimento.
Pertanto, nelle telefonate
intercorrenti tra fidanzati, una volta detto e sentito “ti amo”,
evitavi di chiedere “quanto”.
Le telefonate avevano un repertorio
talmente sobrio che, se per caso capitava (coma avvenne una volta a me)
che la macchinetta ingoia gettoni si bloccasse, sì da poter continuare ad
libitum la telefonata, rimanevi quasi interdetto da non saper più cosa
dire.
Tuttavia la SIP non smetteva di
promuovere un uso più ampio del telefono, avvalendosi, sette anni dopo,
della giovane Alessandra Bellini nel lancio di un altro spot, pressoché
identico al primo, in cui appariva contesa da Marco ed Andrea, ai quali
chiedeva, per poter decidere chi scegliere, di precisare esattamente
quanto la amassero.
Ma, per diffondere ancor di più
l’uso del telefono, doveva arrivare nel 1993 un’altra serie
simpaticissima di spot interpretati da Massimo Lopez (che vinse molti
premi, tra cui la Targa d’argento della comunicazione, l’Agorà
d’oro, il Grand Prix Pubblicità Italiana e il premio per la miglior
regia al Festival Internazionale della pubblicità di Cannes), avente come
motivo conduttore che “Una telefonata allunga la vita”.
Rimaneva, però, sempre il fatto che
quanto più telefonavi più pagavi, fossero scatti o gettoni a misurarne
il costo non faceva differenza.
La vera rivoluzione nella telefonia
avvenne con l’ingresso nel 2000 di Infostrada nel settore, che lanciò
la tariffa “tempo zero”, con la quale, a fronte di un canone mensile
stabilito, venivano finalmente eliminati gli scatti e le telefonate
potevano durare a piacimento senza oneri aggiuntivi.
Saltando a piè pari l’avvento e
affermazione della telefonia mobile avvenuti successivamente e fino ad
oggi, è possibile dire che, con un costo modico,
attualmente è alla portata di tutti fare chiamate e videochiamate
senza più limiti.
Questo, però, ha un rovescio della
medaglia negativo, perché le troppe telefonate ci stanno procurando un
senso di nausea tale da farci sentire ingozzati come oche.
Così, mentre una volta ci si teneva
ad apparire negli elenchi telefonici, interessati a ricevere possibili
telefonate da parenti e amici lontani, ora se ne chiede l’esclusione,
temendo contatti importuni ed imbarazzanti, divenuti tali per non pochi di
loro.
Non solo, anche nell’uso degli
smartphone si adottano accorgimenti adeguati per escludere o ridurre ai
minimi termini contatti con persone, anche di famiglia, poco simpatiche.
E quando pensi di fare tu una
telefonata, o inviare un messaggio a qualcuno, ti viene sempre una certa
titubanza, chiedendoti: non è che lo importuno, lo infastidisco, gli creo
disagio, imbarazzo?
Il ricevente, oramai per prassi, se
trattasi d’un messaggio evita di farti vedere che lo legge subito e si
prende alquanto tempo per risponderti.
Da quanto tempo impiega per la
risposta (se ti risponde) e da che tenore e tipo, ne deduci l’indice di
gradimento del tuo messaggio.
Qualora la risposta si riduca a una
banale emoticon (che io detesto e non uso mai), inferisco che quello
mandato non è stato gradito
granché e, pertanto, ne faccio derivare la conseguenza di ridimensionare,
se non proprio chiudere definitivamente, i rapporti con lui.
Una volta si desiderava avere
telefonate dal mondo intero, ignorando cosa fosse la privacy.
Ora si sa cosa questa sia e si ritiene
essere forse più lei ad allungare la vita, piuttosto che una telefonata.
Ma, allungata o meno che sia la nostra
vita dal telefono o dalla privacy, una domanda mi voglio fare per dopo
quando giungerà comunque alla fine: dove andremo vorremo avere contatti
con le altre persone giunte prima di noi?
Io non so se, una volta diventati solo
anima, avremo una sensibilità diversa da quella di cui eravamo dotati nel
mondo materiale abbandonato qua.
Se ce la portassimo là tale e quale,
temo che i rapporti con loro non possano essere idilliaci, tutti rose e
fiori, sicché, per prudenza vorrei avere garantita almeno in quel posto
una privacy assoluta.
Vengano pure, dove rimangono le mie
spoglie, a creare molestie con ceri e crisantemi.
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sette |
22 novembre 2024